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un po’ slow, un po’ wild: la Via del Sale in sella – parte 1

Quando Andrea Brambo mi ha proposto questa sorta di cross-over fra scritture mi ha dato campo libero, conscio che la scrittura da reportage turistico non mi appartiene appieno; tuttavia siamo in un blog di viaggi, dunque sì, riporterò le mie esperienze e le mie sensazioni, ma sullo sfondo di una passione che accomuna me e Andrea: viaggiare.

Il mio modus di viaggio assume, almeno una volta l’anno, la pratica del trekking a cavallo, diffusa ormai un po’ ovunque, la regione italiana pionieristica fu la Toscana, che da tempo propone vacanze, corsi d’apprendimento e itinerari su attrezzate ippovie, con guide competenti e atmosfere che stregano i turisti, rimandando alla vita dei mandriani Butteri o degli antichi pellegrini che percorrevano l’Appennino toscano per giungere a Roma. Tuttavia io non sono Toscana, bensì lombarda, più precisamente i miei progenitori gettarono radici in quel triangolino di terra argillosa della provincia pavese denominata Oltrepo, oggi famoso per i vigneti di Bonarda, da sempre luogo di “confini”, a due passi dal Piemonte, dalla vicina Piacenza, e ad appena qualche valico appenninico dal mare della Liguria. Luogo non certo famoso per i trekking e le ippovie, né pianura né montagna, i cui sentieri sono stati denominati dal CAI solo recentemente, non tutti e non sempre con precisione.

La Via del Sale è un antico percorso che permetteva lo scambio di merci, e principalmente proprio del sale, da cui prende il nome, tra la Liguria e le regioni dell’entroterra; oggi si è trasformata in un percorso per appassionati di camminate che la percorrono per intero, impiegandoci più giorni, o a brevi tratti, grazie all’agevolezza dei percorsi, accessibili a tutti. Con spirito di adattamento e un po’ di allenamento è possibile percorrerla anche a cavallo, in particolare mi è capitato di intraprendere più di una volta la tratta da Castellaro (PV) a Torriglia (GE). Vediamo dunque come si svolse la mia esperienza, nonché la prima di trekking di più giorni, lungo la Via del Sale.

 

Giorno 1 partenza: Crociglia-Pernice Rossa

 

Ritrovo h. 07:00 in punto.

Luogo: Crociglia, frazione di 10 case (sì, son proprio 10 contate) in provincia di Pavia.

Stato: sonno, un caffè in corpo che non sembra funzionare, freddo dal naso alle dita dei piedi, perché è metà agosto, ma la mattina presto ci sono 10°. Stefano, sui 50, bella presenza, cognato del mio insegnate/guida/amico di vecchia data dei miei genitori Fabio, mi chiede se finalmente avessi scelto quale percorso universitario intraprendere. La risposta che ho bofonchiato di rimando non deve essere stata molto chiara.

I cavalli sono già legati fuori dal paddock e non sono necessarie discussioni per la suddivisione: Gilda a Fabio, Aragon a Stefano, Samir a me. Rispettivamente un biondissimo avelignese, un aggraziato angloarabo e un arrogante, ma pauroso della sua stessa ombra, arabo grigio, coperto di sporcizia fino alle orecchie, come sempre. Mentre strigliamo, spazzoliamo, puliamo zoccoli, Fabio si attrezza per fare il secondo caffè della mattinata. Grazie al cielo, non capisco nemmeno da che parte sono girata. Dopo vari tentativi per azzeccare la giusta combinazione SELLA-SOTTOPANCIA-STAFFE, scambi di finimenti e caricamento bagagli sulla jeep che ci farà da appoggio per le 3 notti successive; siamo pronti a partire: sono le 10:00. Forse dovremmo velocizzare il procedimento per i giorni a venire. E io ho già fame.

Il percorso lo conosciamo, lo abbiamo fatto decine di volte: da Crociglia si risale il monte Calenzone fino ai “Faggi” una radura pianeggiante, location di un paio di tipiche feste locali a base di polenta e vari sughi ipercalorici poco adatti ai vegetariani; si procede lungo il parco naturale del monte Alpe, si sbuca al bivio dei “Tre Passi”, pausa pranzo prevista al Passo Penice, si imbocca il sentiero che porta al Passo della Scaparina, e dopo un km di asfalto si arriva alla Pernice Rossa, dove pernotteremo.

La giornata promette di essere splendida, soleggiata e calda, infatti, dopo la prima salita ripida sull’inforcatura, tolgo il primo strato di vestiario pesante. Percorrere i boschi di faggio è sempre bello, in questi luoghi molti tratti sono lasciati all’agire della natura, dunque è la norma incontrare famiglie di caprioli non troppo inquieti della nostra presenza. Tornare ai Faggi mi dà sempre un senso di libertà e pace; è la meta preferita delle camminate con mio padre, che “brucia” la salita che risale il bosco in tempi da record; è un luogo delle emozioni, della pausa dopo una salita estenuante, delle notti fredde anche in piena estate, del cielo limpido per guardare le stelle e delle albe aranciate e calde. è obbligatorio almeno “toccare” questi prati che sanno un po’ di casa e cercare di assorbirne tutta la bellezza, come se lo si potesse fare perfino per osmosi dalla nostra pelle.

I cavalli hanno rifiatato dopo la salita impervia, noi ci siamo dissetati, l’ora di pranzo si avvicina, è tempo di darsi una mossa. Dal sentiero che attraversa l’Alpe si può vedere la struttura in cui dormiremo stanotte, la cima del monte Penice, e in lontananza il Lesima, riconoscibile grazie al radar bianco e tondo sulla vetta. L‘arrivo all’agognata pausa pranzo avviene senza intoppi, leghiamo i cavalli in un vialetto di una casa privata e andiamo a turno a farci fare un panino nell’unico bar sul Passo. Dopo un’eternità riusciamo a pranzare, la lentezza del personale dovrebbe divenire proverbiale. Da lì alla meta giornaliera manca poco, in un’ora e mezza al massimo si è a destinazione; ci concediamo allora l’unico galoppo in un prato dalla morbida pendenza che da quel momento in poi sarà denominato “il prato del galoppo”, per chi, come me, non ricorda mai località e toponimi.

L’arrivo alla meta della giornata avviene addirittura in anticipo, cosa che stupisce tutti, compreso Fabio, la nostra guida: sfigati come siamo è strano non essere incappati nemmeno in un imprevisto. La struttura è davvero lodevole: un grande albergo centrale con i locali comuni per i pasti, poco distanti dei bungalow (dove pernotteremo noi) di legno collegati fra loro e alla struttura principale da vialetti illuminati, a circa 300 mt si intravede l’alloggio per i nostri compagni equini, consistente in un’unica stalletta con annesso un fazzoletto di prato esterno. Dopo aver apportato qualche miglioria alla recinzione molto precaria e tolto qualche rottame arrugginito e abbandonato da chissà quanto tempo per scongiurare infortuni agli animali, finalmente ci si può fare una doccia. Sono sicura di puzzare terribilmente, quasi quanto il mio amico a quattro zampe.

Vorrei concludere questo piccolo “diario di bordo” della giornata elogiando cucina, accoglienza, atmosfera, piacevole compagnia e la magnifica vista che, da quel posto isolato dal mondo, si può avere del cielo stellato. Tuttavia, per quanto io sia sicura di aver goduto appieno di tutto ciò, la cosa che ricordo più distintamente e di cui ogni cavallerizzo può aver sempre certezza (immancabile, puntuale, inevitabile dopo ore seduti sulla schiena di qualcun altro), è il dolore alle chiappe.

Alba nella riserva naturale del monte Alpe.

prossimamente episodi successivi-

 

 

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